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La situazione giuridica
I CPT si configurano come veri e propri non-luoghi giuridici, poiché in essi vengono detenute delle persone per quello che è un illecito amministrativo e non un reato, l’essere sprovvisti di documenti regolari. La mancanza di documenti non può essere punita con la detenzione poiché questo introdurrebbe una disparità nel trattamento di italiani e stranieri (per analoghe infrazioni i cittadini italiani sono puniti con sanzioni amministrative come le multe). Il trattenimento in un CPT incide sulla libertà personale dei migranti, libertà che è tutelata dall’articolo 13 della Costituzione come diritto fondamentale riconosciuto anche allo ‘straniero comunque presente sul territorio dello stato’, come prevede la legge Turco-Napolitano (art. 2, comma 1).
La legge Turco-Napolitano e la Bossi-Fini
La Turco-Napolitano non prevedeva pene per la non ottemperanza all’espulsione; la Bossi-Fini ha introdotto la reclusione da sei mesi ad un anno. Vari giudici hanno sollevato rilievi di incostituzionalità su questo punto e questo ha portato alla sentenza n. 226 della Corte costituzionale del 15/07/04, secondo cui questa norma è incostituzionale. La risposta del governo è stata la legge 271/2004 del 12/11/04, che ha innalzato il periodo di reclusione, portandolo da uno a cinque anni, rendendo quindi punibile con la detenzione la mancanza di documenti in quanto reato, e non più illecito amministrativo. L’escamotage del legislatore per eludere il problema della detenzione per illeciti amministrativi è sempre stato, comunque, identificare i migranti detenuti nei CPT come ‘ospiti’, che, se non ‘trattenuti’, si sottrarrebbero all’espulsione. I CPT dovrebbero quindi servire per identificare i migranti, procurare i documenti necessari per il rimpatrio ed organizzare il viaggio. Nella pratica ciò non avviene: i migranti si trovano reclusi ed in una sorta di limbo giuridico senza adeguate tutele. I CPT, inoltre, si differenzierebbero dalle carceri in quanto i ‘trattenuti’ dovrebbero poter ricevere visite. Nella pratica, solo i parlamentari possono entrare nei centri senza autorizzazione del Prefetto e solo in rari casi è stato permesso l’accesso ad associazioni di tutela dei diritti. A Lampedusa, durante i trasferimenti forzati in Libia dell’ottobre 2004, era impedito l’accesso al centro perfino all’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).
Chi sta nei CPT
Spesso nei CPT sono rinchiusi ex detenuti che si trovano quindi ad affrontare una pena detentiva aggiuntiva di 60 giorni oltre a quella già scontata, senza contare il fatto che ex detenuti e migranti incensurati si trovano a vivere assieme. I CPT, in teoria, dovrebbero servire ad identificare i reclusi e sbrigare le pratiche di espulsione; possibile che dopo mesi o anni in un carcere non si sappia chi sia l’individuo scarcerato?
I nuovi Centri d'identificazione ed i Centri di Accoglienza per richiedenti asilo
Il decreto attuativo della Bossi-Fini, entrato in vigore nell'aprile 2005, introduce nuove procedure per chi fa domanda d'asilo. Per tutti coloro che non possiedono documenti d'identità ritenuti accettabili dalla Questura competente, come per tutti i richiedenti asilo per le cui domande sono necessarie delle ricerche, diventa obbligatorio il trattenimento in un "centro di identificazione" per un massimo di 20 giorni. Questi centri, in teoria ben distinti dai CPT, sorgono però spesso negli stessi luoghi e da essi è vietato uscire se non previa autorizzazione del Prefetto.
I richiedenti asilo che hanno la fortuna di essere 'ospitati' nei centri di accoglienza potranno uscire solo dalle 8 alle 20 e previa autorizzazione del gestore del centro. Per allontanarsi per qualche giorno servirà l'autorizzazione del Prefetto e si potrà farlo solo per "gravi e comprovati" motivi personali o familiari.
Chi presenta domanda d'asilo dopo aver ricevuto un provvedimento di espulsione viene rinchiuso in un CPT.
Se la domanda d'asilo non viene accolta, il richiedente è espulso nel proprio paese d'origine ed il ricorso non sospende l'espulsione, con tutti i gravi rischi che ciò comporta, visto che l'UNHCR (Alto Commissariato ONU per i Rifugiati) afferma che in molti paesi dell'UE tra il 30 ed il 60% delle domande d'asilo accolte vengono accettate dopo il ricorso.
Nel maggio 2006 Medici Senza Frontiere Italia pubblica un rapporto sull'accesso al diritto d'asilo nel primo anno di attuazione delle nuove procedure relative all'asilo. Circa il 96% dei richiedenti asilo cui MSF ha prestato aiuto legale è stato detenuto nei nuovi CdI, che quasi sempre sorgono accanto, o sono parte integrante, di CPT pre-esistenti. Anche se il 49% dei richiedenti ottiene una qualche forma di protezione (concessione dell'asilo politico o della protezione umanitaria), permangono gravissimi problemi di integrazione per la mancanza di sistemi di accoglienza e problemi burocratici e giuridici, come l'impossibilità di rinnovare i permessi di soggiorno, di poter viaggiare o di ottenere il ricongiungimento familiare.
Esiste poi il problema dei circa 17.000 richiedenti asilo le cui domande devono essere valutate dalla cosiddetta 'Sezione stralcio' della Commissione nazionale per il diritto d'asilo, mentre le domande presentate dopo il 21 aprile 2005 sono esaminate dalle sette nuove Commissioni territoriali. La 'Sezione stralcio', composta da un solo membro e davanti alla quale non si ha diritto all'assistenza legale, impiega in media due anni per prendere una decisione sulle singole domande.
Nei CdI si resta, in media, ben oltre i 20 giorni stabiliti dalla legge come periodo massimo di permanenza, e spesso si passa direttamente dal CdI al CPT in caso di diniego dello status di rifugiato. Questo perché l'eventuale ricorso contro il diniego non sospende l'espulsione, nonostante in più del 20% dei casi il ricorso ha portato alla concessione dello status.
Le proposte dei segretari di polizia
A maggio 2005 i principali sindacati di polizia propongono di trasformare i centri di permanenza temporanea da luoghi di detenzione a spazi di accoglienza ed anche di ampliare le quote d’ingresso per lavoro, concedere permessi di soggiorno più lunghi e più facili da convertire, trasferire tutte le pratiche per il rinnovo dalle questure ai Comuni. A queste richieste ne aggiungono delle altre: approvare una legge che garantisca davvero il diritto d’asilo, garantire agli immigrati, anche irregolari, standard minimi di assistenza: vitto, alloggio, cure sanitarie, fermare i trafficanti di esseri umani che guadagnano sulle carrette del mare, formare i funzionari di polizia a trattare con più rispetto persone di altre culture.
La proposta di legge di Antigone
A luglio 2005 Antigone, la Onlus che si occupa dei diritti dei detenuti, presenta una proposta di legge per modificare alcune parti della legislazione italiana in materia di immigrazione.
Tra le proposte, abolire i centri d'identificazione per richiedenti asilo e trasformare i CPT in centri d'accoglienza aperti (come proposto anche dai sindacati di polizia). Chi è "trattenuto" in un CPT, infatti, subisce una detenzione per un reato amministrativo, il che contrasta con la Costituzione (gli italiani non vengono detenuti per simili reati).
I 'Cpt clandestini'
Ad ottobre 2005 giornalisti ed associazioni lanciano l'allarme: in Sicilia i migranti che lavorano (quasi sempre illegalmente) in agricoltura vengono rinchiusi in cosiddetti 'centri d'accoglienza' informali da dove, però, non possono uscire se non per lavorare.I centri non sono né Cpt, né CdA, né CdI, anche se spesso tra i braccianti vi sono richiedenti asilo, che a norma di legge non potrebbero lavorare.
Tana de Zulueta firma un'interrogazione al Ministro dell'Interno Pisanu sui 'Cpt fantasma' siciliani.





