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La morte del maresciallo Stefano Melone
Nel 1999 il primo maresciallo Stefano Melone, capovelivolo di un CH47, membro del 1° Reggimento Antares di Viterbo e reduce da altre missioni italiane all'estero (dagli otto mesi in Somalia al Libano ed all'Albania), viene mandato in missione di soccorso ai profughi in Kosovo. Dopo poco tempo accusa dolori fortissimi e chiede ai propri comandanti di essere rimpatriato. Essendo un militare si rivolge all'Ospedale militare del Celio, dove gli viene diagnosticata una dorsolombosciatalgia. Nonostante la morfina, la sofferenza è fortissima ed il maresciallo, a proprie spese, si rivolge a cliniche private ed infine all'Istituto nazionale dei tumori di Milano, dove gli viene diagnosticata una neoplasia maligna dovuta all'inalazione di sostanze tossiche. L'equipe gli asporta quattro costole ma Melone muore, a 40 anni, durante il ricovero, l'8 novembre 2001, dopo 2 anni e mezzo di sofferenze.
La causa per danno biologico contro il Ministero della Difesa
La moglie, Paola Vittori, ed i due figli, che oggi hanno 23 e 18 anni, proseguono con la causa intentata da Melone contro il Ministero della Difesa nel 2000 affinché gli venga riconosciuto il danno biologico. Melone, infatti, in quanto responsabile della manutenzione del velivolo, impiegava solventi altamente tossici senza indossare alcuna protezione. In missione, ai militari non era mai stata fornita alcuna informazione sulla possibilità di inalare sostanze tossiche.21 aprile 2005: la Corte d'Appello riconosce il danno biologico
Il 21 aprile 2005 la Corte d'Appello rigetta la sospensiva dell'ordine di pagamento dei danni alla famiglia Melone, sospensiva opposta alla prima istanza della Corte da parte dell'Avvocatura del Ministero della Difesa. Anche la Corte dei Conti ha richiesto la documentazione per accertare se vi siano responsabilità a livello contabile di militari che, pur sapendo della gravità della malattia di Melone, non hanno agito tempestivamente per salvargli la vita.La sentenza della Corte d'Appello è attesa per il 2008 ed in caso di sentenza avversa la famiglia Melone dovrebbe restituire la cifra versata dal Ministero.
E' un precedente storico: per la prima volta in Italia un militare si vede riconosciuto il danno biologico per cause di servizio. Ed è un precedente che dà speranza ai tanti reduci dalle missioni all'estero ammaltisi per aver inalato uranio impoverito. Melone ripeteva spesso che come militare impegnato all'estero aveva sempre saputo quali rischi poteva correre in teatri di guerra, ma nessuno lo aveva messo a conoscenza del fatto che potesse inalare sostanze tossiche.
Il 27 aprile 2005 anche il maresciallo Marco Diana si è visto riconoscere il danno biologico dall'Avvocatura di Stato.





